mercoledì 5 giugno 2013

Riflettendo un po' sui diritti umani

I livelli di criminalità violenta sono rimasti elevati. Le autorità hanno risposto ricorrendo spesso a un uso eccessivo della forza e a torture. Giovani uomini di colore hanno continuato a costituire una percentuale sproporzionatamente elevata tra le vittime di omicidio. Sono pervenute notizie di tortura e altri maltrattamenti nel sistema carcerario, caratterizzato da condizioni crudeli, disumane e degradanti. Braccianti agricoli, nativi e comunità quilombola (discendenti di schiavi fuggitivi) sono stati vittime di intimidazioni e aggressioni. Sono rimasti motivo di grave preoccupazione gli sgomberi forzati, sia negli insediamenti urbani che nelle campagne”.
Quello che ho riportato è il paragrafo introduttivo al rapporto 2013 di Amnesty International riguardo alla situazione dei diritti umani in Brasile: in poche righe già si percepisce la criticità della situazione in cui si trova il Paese [1] .
Ora, parlare di diritti umani in Brasile significa aprire una parentesi piuttosto ampia. A livello federale come a quello statale esistono vari uffici e nuclei che agiscono per la tutela dei diritti umani: tra i più importanti menziono la Segreteria dei Diritti Umani dello Stato (SEDH), le sezioni diritti umani di Difensoria Pubblica, Ministero Pubblico e OAB (Ordine degli Avvocati), il Movimento Nazionale dei Diritti Umani (MNDH) e la Società dei Diritti Umani (SMDH).
Parlando di tutela del cittadino esistono, inoltre, nuclei specializzati all'interno della polizia per la difesa della donna e dell'infanzia e adolescenza: esistono l'ECA (Statuto dell'infanzia e dell'adolescente) e la legge “Maria da Penha” che hanno come obiettivo, rispettivamente, la creazione di meccanismi per ridurre la violenza domestica e familiare contro la donna e la protezione integrale del bambino e dell'adolescente.
La Campagna contro la tortura e l'impunità risale al 2001: pensata e promossa dal Movimento Nazionale dei Diritti Umani per implementare misure capaci di rendere effettiva la legge già esistente sulla tortura dentro il sistema di giustizia e di sicurezza pubblica, mise in atto un meccanismo di denuncia dei casi di tortura che ha portato ai giorni nostri alla creazione di Comitati statali per combattere la tortura nel Paese. Con tutto ciò la pratica è ancora una realtà diffusa, soprattutto all'interno delle carceri, ed è molto difficile ottenere che chi commette atti di tortura venga giudicato colpevole e punito.
Passando a descrivere la questione agraria, il cosiddetto “problema della terra”, e la situazione, molto diffusa nello stato del Maranhão, degli espropri forzati o sotto minaccia di morte, cito, solo per dare un'idea, la richiesta da parte di Amnesty International, che risale a pochi giorni fa, di includere nel programma di difesa della Segreteria dei Diritti umani e della Presidenza della Repubblica, un camponês (agricoltore) con la sua famiglia perché minacciati di morte da latifondisti e venditori di legname interessati ad installarsi nella regione.
Ritornando al rapporto di Amnesty e alla realtà quotidiana in cui viviamo, è facile rendersi conto che la sola legislazione e gli interventi pensati non risultano sufficienti a tutelare i cittadini e a contenere una situazione di violenza che, invece di diminuire, sembra aumentare di giorno in giorno.
Le morti per assassinio nella nostra città raggiungono una media di più di due al giorno per una popolazione di un milione di abitanti: numeri assurdi e che spaventano se si pensa che il più delle volte a morire sono giovani sotto i 25 anni e che gli assassini, d'altro canto, rientrano nella stessa fascia d'età.
Sono storie che, purtroppo, ascoltiamo tutti giorni: come quella della tragica morte di un giovane di soli vent'anni che partecipava alla vita della nostra comunità, picchiato a morte in seguito ad una lite, probabilmente legata a questioni di droga.
I Diritti Umani non sono solo una teoria o una realtà distante: vengono, di fatto, ignorati quando un giovane non ha molte altre possibilità di passare il suo tempo libero se non in strada, rischiando di entrare nei giri della droga e dello spaccio; non sono rispettati quando un adolescente resta a casa da scuola per più di un mese a causa di uno sciopero dei professori o, come è successo l'anno passato, un bambino salta lezione per quattro mesi di seguito senza che il sindaco o la governatrice facciano qualcosa; sono dimenticati quando un uomo o una donna restano per giorni senza farmaci e alimentazione all'interno degli ospedali pubblici; vengono negati quando uscire di casa, a qualsiasi ora del giorno, è un pericolo perché i livelli di sicurezza pubblica sono quasi inesistenti.
La realtà di una periferia come quella di Cidade Olimpica è complessa e dura: nell'anonimato della moltitudine il valore del singolo sembra perdere sempre più significato e, inserito nel mare magnum dei problemi, il diritto della persona appare del tutto marginale.
Il vuoto delle istituzioni è un dato di fatto, è concreto: se da un lato, infatti, ci sono la legge e le regole che non vengono sempre rispettate, la corruzione, i meccanismi che non funzionano, dall'altro ci sono le persone, le donne, i bambini, i giovani, gli anziani. Sono  loro che incontriamo tutti i giorni, con le loro necessità reali, con i loro problemi quotidiani. È per loro, perché la dignità della persona venga rispettata, che siamo chiamati a fare qualcosa.
Jean Vanier [2] in un suo libro scrive che “quando ci alleiamo agli esclusi della società, non solo diventiamo capaci di vedere le persone come persone e di unirci a loro nella loro lotta per la giustizia, di lavorare a favore della comunità e dei luoghi di connessione, ma sviluppiamo anche gli strumenti critici per vedere quello che di sbagliato esiste dentro la nostra stessa società (…) Diventare amico di una persona marginalizzata, esclusa, è un atto di auto-esilio dalla maggior parte del mondo. È liberatore, è un atto di libertà”.
In poche parole, vivere e lavorare a fianco di chi è escluso, di chi, come direbbe una certa pedagogia, è oppresso e accettare di lasciarsi toccare dalla vulnerabilità altrui, entrando in contatto, in questo modo, anche con la propria, è già un punto di partenza per il cambiamento. Cambiamento che deve succedere prima di tutto nel nostro modo di pensare, nelle nostre convinzioni, nelle nostre teorie sulla vita, nel nostro modo di vedere la società, nel percepire le reali necessità riordinandole secondo una nuova scala.
Non posso scegliere di allearmi agli esclusi senza, naturalmente, rivedere il contesto in cui questa esclusione si è creata, senza sentire la necessità di occupare il mio posto all'interno del grande quadro: è una decisione privilegiata e credo che questa, probabilmente, sia la più grande rivoluzione che un'esperienza come la nostra ci sta insegnando a compiere.
Quando sentiamo dire che il nostro lavoro, per quanto di buon cuore, resta inutile perché i risultati non sono visibili o perché le persone “non le cambi”, mi sento di rispondere che per chi crede nella persona e nell'essere umano nulla che sia fatto in prospettiva di un miglioramento e con uno spirito di cooperazione sia senza valore, o in vano.
Forse, veramente l'importante è cercare una direzione, cominciare a camminare e  seminare: è vero, noi non raccoglieremo i frutti ma abbiamo fiducia che qualcosa, da qualche parte, crescerà.
[1] solo per fare un rapido confronto bisogna ammettere che la realtà non è così rosea neanche nel nostro di Paese: discriminazione contro gli stranieri, assenza di una legge che sancisca e punisca la tortura, discriminazione di genere contro le donne e omofobia sono alcuni dei punti evidenziati nel rapporto sull'Italia ( per chi voglia approfondire rinvio alla pagina su internet http://rapportoannuale.amnesty.it/2013 ).
[2]  fondatore delle Comunità “Arca” che accolgono persone disabili in tutto il mondo










giovedì 28 marzo 2013

BUONA PASQUA 2013!


FELICE PASQUA!

Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto". Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo". Gesù le disse: "Maria!". Ella si voltò e gli disse in ebraico: "Rabbunì!" - che significa: "Maestro!”. (Gv 20, 11-16)


Tante sono le croci che incontriamo tutti i giorni nel nostro bairro;
troppe le morti violente di cui sentiamo parlare quasi quotidianamente (i dati divulgati sui giornali parlano di cinquantacinque omicidi in tutta São Luis solo nel mese di marzo 2013);
tante le storie che ascoltiamo di persone che sono private di un'assistenza sanitaria adeguata o di bambini che non ricevono un'istruzione minimamente degna solo perchè quella offerta dal comune è gratuita e, quindi, di bassissimo livello;
molte le storie di giovani entrati nel mondo del crack e della droga e delle loro famiglie messe in ginocchio dalla sofferenza e dall'impotenza...

Davanti a tutto questo la Ressurrezione di Cristo accende in noi la speranza e ci invita, come Maria, a non smettere di piangere di fronte ai luoghi bui e vuoti che abitano le nostre città e le nostre giornate.
Accettare di rimanere davanti al sepolcro vuoto significa continuare a cercare la presenza divina anche dove ci sembra di incontrare solo assenza e mancanza di significato.
Che tutti noi possiamo essere capaci di riconoscere la voce di Cristo Risorto distinguendo i segni posti sul cammino per dire con gioia, insieme a Maria, “Rabbunì! Maestro!”

A tutti voi il mio augurio di una felice Pasqua!







martedì 25 dicembre 2012

BUON NATALE!


Si avvicina il Natale: raggiunga ciascuno di voi, amici e parenti, il nostro augurio di un Natale vero e pieno di gioia!

“Ha fatto cadere dentro di me,
nel luogo più ignorato e più profondo,
una parola in cui palpita il mistero,
una parola nel mio grembo per donarla al mondo.
Come potrà uscire da me questa parola,
da me che non sono né grande né sapiente?
Ma lo Spirito Santo
– io sono la sua serva –
se vuole che nasca da me, metterà la sua mano.
La vergine Maria trabocca di felicità.
La vergine Maria si trova immersa
nella dolcezza di Dio.
I rovi sono in fiore
intorno al giardino
intorno alla mia gioia.”

Poesia di Marie Noël (1883-1967)



Ero carcerato e mi siete venuti a visitare” (scrive Maria)

Secondo  dati   ufficiali  al   giugno   del   2011   la   popolazione   carceraria   del   Brasile   era   di 496.251 carcerati, 40% dei quali provvisori, in attesa di giudizio: tra il 2000 e il 2010, il 
numero di carcerati in tutto il Paese è raddoppiato di numero.
Nel Maranhão la stima è di circa 6.000 detenuti; le cause principali di detenzione sono, in  ordine: spaccio di droga, furto e assalto, uso di armi e omicidio.

Una cosa è certa: la sovrappopolazione carceraria rimane una realtà in tutto il Brasile, e le condizioni a cui sono costretti a vivere detenuti e detenute sono, il più delle volte disumane e impietose.

È molto recente la dichiarazione del ministro della giustizia Josué Eduardo Cardozo che, parlando delle condizioni del sistema penitenziario brasiliano, ha detto: “preferirei morire piuttosto che scontare la pena in alcuni presidi brasiliani, dove persone sono accalcate senza nessuna dignità, vivendo tra le feci, subendo aggressioni e senza i diritti umani rispettati”.

Risale al 2008 la CPI (Commissão Parlamentar de Inquérito - Commissione Parlamentare d’inchiesta   )   promossa   dal   governo   federale   per   verificare   la   situazione   delle   carceri brasiliane:   corruzione,   impunità,   crimine   organizzato   all’interno   stesso   delle   carceri, violazione dei diritti umani basilari sono alcuni degli elementi rilevati durante gli otto mesi di attività della Commissione (1)

Nel 2011 Amnesty International denunciava ancora l’utilizzo di pratiche di tortura da parte di forze dell’ordine e di funzionari all’interno delle carceri e delle stazioni di polizia, al momento dell’arresto, durante gli interrogatori e lungo il periodo di detenzione.
In generale si può affermare che il problema del sistema penitenziario, pur essendo al centro di molti discorsi, rimanga, a tutti gli effetti, ai margini degli impegni politici e degli interessi della società.

E “ai margini”, effettivamente,   os   presos   (“i   presi”   ossia   i   detenuti)   lo   sono    anche fisicamente: il carcere di São Luis, per esempio, si trova a 15 kilometri dal centro, lungo la strada  che  conduce  fuori dell’isola, in  un’area di  122  ettari dove   è stato  costruito  un complesso che riunisce in pochi kilometri quadrati la maggioranza dei centri di detenzione di tutto lo Stato. È il famoso “Complexo de Pedrinhas”.

Quando ho iniziato a visitare il presidio femminile con il gruppo di Pastorale Carceraria non sapevo bene cosa mi sarebbe aspettato, cosa avrei dovuto fare o dire.
Non sapevo cosa mi spingeva a farlo: forse la voglia di conoscere una realtà nuova, forse il   desiderio di avvicinarmi per capire se il reo di crimine è spaventoso come ce lo figuriamo. Forse, semplicemente, la curiosità di vedere come sia possibile sopravvivere privati della libertà: difficile per chiunque immaginare una vita rinchiusa tra quattro mura, vedendo il sole   attraverso le grate anche durante l’ora d’aria e pensare che questa condizione possa durare mesi e anni.



-Il complesso di Pedrinahs come appare dall'esterno -

Nella testa avevo i racconti delle gente: le storie della ribellione successa un paio di anni fa  all’interno  del  carcere maschile, le descrizioni  delle  donne  costrette  a  perquisizioni vessatorie quando visitano i parenti, i pregiudizi nei confronti del carcere, recipiente dei peggiori delinquenti e “scarti della società”. Insomma, nulla di buono: “meglio che restino là dove non li possiamo vedere!”.
Quello che ho incontrato, nei fatti, sono state persone con una vita nel mondo fuori, e costrette   a convivere in uno spazio ristretto con gente mai conosciuta prima per ventiquattro ore al giorno: donne con una storia, dei figli, una famiglia.
Anche se, per fortuna, le condizioni abitative non sono pessime e disumane come in altri presidi, le storie che ascoltiamo sono sempre di sofferenza, sono parole tristi, a volte angosciate. 

Il sistema progressivo di esecuzione della pena, rende la possibilità di abbreviare il tempo di   detenzione   una   speranza   che   incentiva   molte   a   partecipare   delle   poche   attività promosse dalla direzione e a mantenere una buona condotta: ciò nonostante, il tempo in un carcere trascorre sempre lento e, vista la precarietà di vita dentro di una cella, gli stati d’animo negativi, la disperazione e lo sconforto bussano alla porta quasi tutti i giorni.
Nonostante il proposito di cambiare condotta per non finirci di nuovo in un posto come quello, alcune, purtroppo, in carcere ci sono già passate più di una volta: d’altronde, è proprio il contesto sociale in cui vivono e al quale ritornano, che induce, nella prevalenza dei casi a compiere il crimine (spesso legato allo spaccio di droga e sostanze stupefacenti) e a ricaderci nel giro di poco tempo. 
Sono persone, il più delle volte, già escluse dai cosiddetti circoli sociali nel mondo esterno, di   estrazione sociale bassa, povera, poco o per nulla scolarizzata,  spesso afro-discendente.
Nell’ala delle “provvisorie”, ad esempio, la maggioranza delle donne è in attesa da mesi di una sentenza (il tempo massimo dovrebbe essere di tre mesi): molte si affidano alla difesa d’ufficio   perché pagare un avvocato è privilegio solo  di chi può permetterselo e già sappiamo che chi i soldi ce li ha, di solito, in carcere non ci finisce nemmeno.
Quelle che facciamo sono visite semplici: una chiacchiera, una canzone, alle volte la celebrazione della Messa. 
Gli incontri avvengono durante il  banho de sol  (l’ora d’aria): metà delle donne, di solito, può uscire dalle celle, mentre le altre restano “dentro”.
La nostra è una presenza poco rumorosa, discreta: ascoltare una storia, dire una parola di conforto, dare un abbraccio durante un momento difficile ma essere anche un sostegno, informarsi dall’assistente sociale del perché una ragazza detenuta non è stata ancora visitata dal medico, portare uno spazzolino o dei vestiti a chi non sta ricevendo visite dei parenti. Tutte piccole azioni che, però, possono fare la differenza.

In tutto ciò quello che sto cercando di imparare è un nuovo modo di prendermi cura delle persone  che  incontro, senza  porre troppo l’attenzione  su quello che di male abbiano compiuto ma guardando con occhi diversi donne e ragazze che, nella loro vulnerabilità, stanno passando attraverso sofferenze e difficoltà.

Commettere un crimine e infrangere la legge richiede un risarcimento, un pagamento alla società: non è semplice superare l’ostacolo del preconcetto che riguarda un detenuto. 
Porre l’attenzione sulla persona  prima che sul crimine che ha commesso non è un passaggio facile né immediato: in qualche modo e in certi momenti la legge de taglione prende il sopravvento nei nostri ragionamenti. 
“Andare oltre” l’azione compiuta per guardare la storia, la vicenda umana, i sentimenti della persona che, nella maggioranza delle volte, coltiva un’immagine di sé negativa e autodistruttiva significa, prima di tutto, riporre fiducia in lei credendo che un futuro diverso e migliore può essere contemplato.
La Pastorale Carceraria, per quanto riconosciuta e rispettata, non è che un piccolo colibrì che tenta di spegnere un incendio: eppure con la sua presenza costante e fedele nelle carceri deve continuare ad affermare che compimento della pena non significa solo esecuzione di un castigo(2). 

Il periodo di detenzione dovrebbe trasformarsi in una possibilità effettiva di redenzione e educazione per queste persone: e il carcere, così come è pensato, è molte volte solo luogo privilegiato per formare delinquenti e criminali.
Mi piacciono le parole che ho letto poco tempo fa in un libro che affrontava l’argomento del sistema penitenziario: “È al cuore del delinquente che, per guarirlo, dobbiamo arrivare(…) La mancanza di amore non si riempie se non con l’amore. L’amore con l’amore si paga. La cura di cui il prigioniero ha bisogno è una cura di amore”.

(1) se qualcuno fosse interessato può guardare:
      http://www.youtube.com/watch?v=uKD0s0Qhxd4
(2) la storia racconta che un giorno nella foresta scoppiò un incendio talmente vasto che nessuno riusciva a spegnerlo: il colibrì, pur nella sua piccolezza, cominciò a volare dalla cascata al fuoco trasportando semplici gocce d’acqua. Il suo coraggio fu esempio per il resto degli animali a fare la loro   parte   e   a   salvare,   infine,   la   foresta.   L’insegnamento   è   che   non   importa   se   l’incendio   si spegnerà, l’importante è fare tutto quel che è possibile perché questo avvenga.

ARRIVEDERCI CAROLINA!


Questa è l’ultima newsletter insieme: tra poco più di un mese avrà termine il mio tempo brasiliano. 
In questo periodo sono molti i pensieri e i sentimenti che si mescolano e si alternano. Sto   continuando   a   vivere,   gustandomi   questi   giorni   e lasciando i bilanci ai prossimi mesi quando mente e cuore saranno, forse,  più tranquilli.
Già so che mi mancheranno: le persone conosciute qui, i loro sorrisi, i loro abbracci e la natura esuberante, il raccogliere “manga” durante le  visite di Pastorale da Criança; la musica che ascolta Maria che riempie la casa e la fa sentire viva; i saluti ad alta voce; il condividere la Fede con persone che hanno voglia di capire e di crescere; l’entusiasmo, la capacità di far festa e molte altre cose belle che ho imparato ad amare. 
Per concludere, un grazie a chi mi ha accompagnato leggendo questi scritti, dimostrando interesse e vicinanza, nonostante fossimo separati da un oceano! Um abraço
                                                                                                            
                                                                               Carolina






domenica 16 settembre 2012

Cidade olimpica con gli altri sensi!! (scrive Carolina)

Al termine del mese di Sante Missioni Popolari, dopo un’abbuffata di musica, di parole, di abbracci di strette di mano, di folla e confusione, Maria è partita per l’Italia.
Io ho scelto di vivere questo tempo gustandomi anche un po’ di “solitudine”: , pur essendo quasi impossibile qui nel Maranhão, ho cercato, comunque, un po’ di silenzio e di tranquillità.
Questo mi ha permesso di rendermi conto che nelle mie newsletter ho sempre raccontato le cose che vedo dimenticandomi spesso di tutti gli altri sensi.

Udito
Cidade olimpica è una grosso quartiere di periferia e qui non c’è mai silenzio: c’è sempre un cane che abbaia; qualcuno come il nostro vicino Reginaldo che grida un saluto all’amico che passa per strada; ci sono gli autobus che passano nell’orario di servizio oltre a quelli che nella notte passano vicino alla nostra casa per andare o uscire dal deposito che si trova qui a pochi passi.
C’è sempre anche il pianto di un bambino, il raglio di un asino ed il fischio delle rane: ebbene si, non ho scritto male, qui le rane fischiano!
Nel fine settimana o nei giorni festivi c’è come si può ben immaginare anche la “radiola” (grossi impianti acustici fissi o sulle automobili) per ascoltare musica regge o di altro genere fino a notte fonda.
La sera si può sentire anche il piacevole rumore degli uomini della nostra via che giocano a domino in strada e che, come mio nonno giocando a briscola, sbattono i pezzi su di un tavolo improvvisato.
Ci sono fortunatamente oasi di pace anche qui, soprattutto nella sempre particolare Santana e nel vicino São Brás dove i rumori della città faticano ad arrivare e con il buio scende anche una sorta di calma e silenzio che avvolge e che invita a  guardare il cielo e ad ascoltare il vento.

Olfatto
Cidade Olimpica è anche molto ricca di odori e profumi, alcuni sono molto piacevoli e sono legati soprattutto alle persone che qui si curano molto, utilizzano creme, profumi e sono molto sensibili agli odori.
Già nel corso della mattina, poi, si possono sentire anche i profumi del pranzo che si sta cucinando.
Gli odori, a volte veramente terribili, sono dati soprattutto dalla mancanza di fognature e dalle immondizie che rimangono spesso abbandonate lungo le strade.
Una cosa curiosa è una delle espressioni di affetto soprattutto delle madri nei confronti dei figli o dei bambini in genere, si chiama “cheiro” in pratica si tratta si annusare il bambino ma non di nascosto, come verrebbe forse da pensare, ma mostrandolo e facendo rumore con il naso.

Gusto
Una delle prime attività che ci siamo concesse all’inizio della nostra esperienza è stato il corso di cucina maranhense, che ci ha permesso, oltre naturalmente ai diversi inviti per compleanni, pranzi di comunità, ecc, di assaggiare e di provare sapori nuovi. Alcuni forti e decisi come le diverse spezie ed erbe aromatiche ed altri più delicati come alcuni tipi di frutta o il riso.
Adoro una ricetta in particolare la torta di gamberetti, una sorta pasticcio senza la pasta ma fatto con le uova e che viene cucinato in forno, buonissimo!

Tatto
Pensando a questo senso mi piace sottolineare in primo luogo la nota fisicità delle persone che utilizzano molto l’abbraccio non solo in situazioni particolari ma semplicemente per scambiarsi un saluto.
Inoltre, si nota una grande passione soprattutto delle donne per i lavori manuali: dal riciclo di materiali vari, al ricamo, all’uncinetto per finire con il mitico EVA (materiale plastico morbido) con il quale producono proprio di tutto. (vedi foto)
Per le donne questi lavoretti sono spesso occasione di integrare la rendita familiare ma non solo, adorano dedicarsi a queste cose e si sentono gratificate nel mostrare le loro opere.



i giovani di Verona in visita alla
missione di São Luis
il vescovo in visita alle comunitá parrocchiali

sabato 9 giugno 2012


LA NOSTRA GRANDE SETTIMANA (scrive Maria)

Dopo un anno di attesa e preparazione la grande settimana missionaria è cominciata!
Nei fatti, nella nostra parrocchia la settimana si sta ripetendo per ben quattro volte: una per ogni comunitá. Il che significa un mese di visite nelle case, di celebrazioni e festeggiamenti!
Che dire: nella confusione tipicamente brasiliana e maranhense questo grande evento, che costituisce il culmine del processo delle sante missioni popolari, rappresenta per tutti una grande occasione di festa e di allegria!
Nel corso della settimana ogni giorno assume un significato evangelico che si ricorda nelle varie celebrazioni e momenti comunitari, durante i fine settimana in piccoli gruppi si passa di casa in casa, bussando e proponendo di leggere un brano del Vangelo, un salmo o un testo biblico.
Piuttosto imbarazzante a pensarlo in italiano, lo ammetto. Porte chiuse in faccia, volti estraniati e dubitanti ci accoglierebbero: e, probabilmente, non sarebbe questa la modalitá più appropriata con cui far entrare il Vangelo nelle case.
Ma il Maranhão e Cidade Olimpica ci insegnano un altro stile: qui difficilmente le persone mettono in forse l’esistenza di Dio.
Dio c'è, punto. Gesù è esistito, nemmeno metterlo in dubbio.
Condividere quello che troviamo scritto nel Vangelo è una proposta perlopiù accolta con una porta aperta: certo, non sempre è così automatico. Ci sono alcuni appartenenti alle chiese evangeliche che non vogliono proprio saperne, e cattolici non praticanti che di Bibbia neanche parlarne.
La nostra missione, comunque, mantiene sempre un buon sapore!
È il sapore di camminare lungo le strade di questo enorme bairro cantando e danzando, è il gusto dell’allegria che stiamo imparando proprio qui dove i motivi per piangere sarebbero molto più numerosi. È il piacere di incontrare persone che stanno aspettando una parola di conforto, un annuncio di speranza o solo qualcuno con cui scambiare una parola.
È la gioia di condividere il tempo con le persone delle comunità conoscendole meglio e apprezzando ciò che ognuno può dare.
Le visite sono un motivo in più per avvicinarsi alle situazioni di disagio spesso nascoste dietro le quattro mura: in molte case stiamo conoscendo le storie di famiglie “imprigionate” perché il figlio si droga, il marito beve, è violento oppure troviamo una persona anziana o disabile lasciata sola o senza cure.
Qual è la nostra presenza cristiana in queste situazioni di dolore? Domandiamoci forte: cosa stiamo facendo noi? È molto più facile celebrare tante messe nelle Chiese, chiudersi nel nostro gruppo e pensare che la realtà, seppur triste, non la possiamo cambiare perché appartiene al gioco del potere, dei grandi, di chi copre ruoli e sta a capo delle istituzioni. Il rischio è forte ed è quello di dimenticarsi l’esempio di Cristo che sempre metteva in primo piano i piccoli e i sofferenti e che scelse come discepoli persone semplici, del popolo.
Con questa intenzione, quindi, stanno avvenendo anche le visite ai luoghi “lontani”: ai bar e ai locali notturni, che qui sono, realmente, luoghi di alienazione e non di semplice svago; alla “feira”, ossia al mercato che, di notte, diventa il ritrovo di giovani e adulti perlopiù dipendenti della droga e dell’alcool.
Cantare e pregare insieme li fa sentire più vicini: il pregiudizio sul tossicodipendente, almeno per un momento, viene lasciato da parte perché lui o lei diventano delle persone con una storia da raccontare e una sofferenza da condividere.
Insomma, non è proselitismo quello che con la gente stiamo cercando di fare: è un tentativo di costruire nuove relazioni, di intessere reti differenti da quelle a cui siamo abituati, di rompere le recinzioni della paura, della solitudine, della desolazione.

Dobbiamo proprio ammetterlo: stiamo imparando molte cose da questa Cidade Olimpica e dalla sua gente, di fronte agli eventi crudi e dolorosi così come nei momenti allegri e felici.
Forse un giorno sapremo dirvi con parole chiare quello che la nostra esperienza ci sta insegnando: per ora possiamo solo condividerne alcuni stralci. Ma, come dice a ritmo di samba la canzone di Gonzaguinha, continuiamo a pensare con sempre maggiore convinzione che
È la vida, è bonita è bonita! Viver! E não ter a vergonha / De ser feliz / Cantar e cantar e cantar / A beleza de ser / Um eterno aprendiz!”
(è la vita, è bella è bella! Vivere! E non vergognarsi di essere felice. Cantare e cantare la bellezza di essere un continuo apprendista!)